Il mio terapista dice che alcuni ricordi diventano ossessioni e barriere, mentre altri li occultiamo per poter vivere meglio. Per poter andare avanti, virtualmente liberi dal peso di una vicenda che non siamo capaci di assimilare e dunque di gestire. Invece di metabolizzarla, la chiudiamo in un cassetto buio dell’inconscio. I suoi effetti, tuttavia, permangono nel quotidiano, nelle scelte su cui fondiamo i parametri dei nostri progetti.
Credo di averlo imparato a cinque o sei anni, quando papà minacciava di andarsene durante i litigi con mamma. Credo che lei piangesse, ma è una sensazione. Ascoltavo dalla cameretta, con mia sorella, più grande di me e con qualche memoria intatta in più. Credo anche che sia stata quella, prematura eppure pronta, l’età in cui stabilii sotto le coperte che nessuno al mondo avrebbe mai potuto incutermi il terrore di abbandonarmi. Di sfidare una porta aperta oltre cui sparire, gettandomi nell’angoscia dell’indipendenza inaspettata e dello smarrimento emotivo.
Io e Lisa siamo simili, ma i suoi si sono proprio separati. Che forse è stato meglio, chi lo sa.
È in ritardo, la aspetto ai divanetti di un bar in centro. Ha trentaquattro anni e fa la fotografa. Odia le gonne, ama i cappelli di lana, mette poco trucco perché è pigra. Ed è infelice, assieme all’unico colore grigio di cui è fatta Milano in questo periodo. Lo sono le strade, i palazzi, la gente che galoppa sotto la pioggia da un portico all’altro. L’umidità penetra nelle ossa come la malsana percezione di pericolo che trasuda dalle statistiche sui divorzi e sul calo delle nascite. Gli studi comunicano che ci si impegna meno rispetto a dieci anni fa. Saremmo orientati ai rapporti superficiali, e la pornografia, la moda e l’istituzione della bellezza avrebbero sessualizzato la società odierna e il corpo. Quest’ultimo reso ormai un oggetto ludico e tormentato. Bisogna essere belli, non gentili.
Scorgo Lisa dalla vetrata e il suo volto è uggioso, ricamato di problemi appesi alle occhiaie. Spinge la porta e il suo viso s’illumina, convincendo il barista che sia una ragazza raggiante. Anche in questo siamo simili, abbiamo gli occhi che sorridono per mentire. Entrambi pieni di persone intorno che ci fanno sentire soli, e con tante certezze che appesantiscono la vita invece di agevolarla. Ci facciamo più domande e subiamo l’ansia di non ricevere risposte, o che siano quelle sbagliate.
Ordina un tè, si strofina le palpebre. «Sono esausta.»
«Roberto?»
«Ci siamo mollati ma poi ci abbiamo ripensato. Di nuovo. Non riusciamo a staccare. La verità è che siamo fatti per stare insieme, non c’è niente da fare. Quanto a me… sto male da single e sto male da impegnata.»
«Capirai cosa è meglio per te.»
«No, sono cazzate. Perfino tu non lo sai. Quanto vorrei… essere una di quelle che nella vita sognano l’uomo perfetto e di sposarsi, di comprare una cucina beige, fare torte e due bambini. Sarebbe una vita così normale. A posto. No?» La fisso e sappiamo che “normale” è solo una cosa che capita più spesso di altre. «Secondo te è davvero possibile amare una persona meglio di noi stessi?»
«Non lo so. Le nostre madri ci riuscivano, con noi.»
«Insomma, ho trentaquattro anni, cazzo. Trentaquattro. Ho amiche con figli già grandi e io non riesco a decidermi tra il burro e la margarina, davanti al banco frigo. Non so stabilire cosa siamo io e Roberto. Le faccende che per gli altri sono meccaniche o naturali… per me sono un incubo.»
Lisa è estremamente indipendente, ma questo non vuol dire che sappia tollerare il silenzio del suo appartamento o che non abbia bisogno d’amore, di film sul divano, di prendersi cura di un uomo. Le piace trascorrere alcune ore della giornata per conto suo, a riflettere, ascoltare musica, passare al vaglio le foto che scatta. Ripudia il fare tutto insieme. Oscilla dalla nascita tra la necessità di stare per conto proprio e la malinconia, sperimentando entrambe le occasioni e trovandole ugualmente inadatte.
È la compagna di Roberto da due anni. Sono complici, condividono lo stesso umorismo, parlano di politica e di cinema, sono splendidi amanti. Lisa gli ha confessato da subito di non essere monogama, che la staticità di una relazione le incute ansia e la spegne creativamente. Roberto ha un matrimonio fallito alle spalle e conosce i bisogni trascurati, perciò le ha proposto la coppia aperta: amore tra loro, la possibilità di fare sesso con altre persone, se capita. Non si parla di tradimento perché non c’è menzogna.
«Non so se è lui a non reggere perché sta male per le circostanze, o se mi stanno logorando i sensi di colpa. È l’uomo ideale, me lo invidiano tutte. È affascinante, guadagna bene, è dolcissimo. Dice sempre sì. Sempre. Quasi lo odio, Cristo, mi farebbe sentire meno stronza, se si ribellasse ogni tanto, se dicesse no o vaffanculo.»
La fedeltà è un valore universalmente ritenuto sacro. Per Lisa è difficile soprattutto convivere con l’idea che il sesso occasionale sia doppiamente degradante, nel caso femminile. Se sei donna e ti piace il cazzo sei una troia. Il che le impedisce di confidarsi con le sue amiche, che la giudicherebbero. O peggio, penserebbero che non è poi tanto innamorata di Roberto, che non lascia per non fare i conti con l’abbandono.
«La scorsa settimana ho preso un caffè con un collega. Ero bagnata, pioveva, così mi ha invitato a salire a casa sua per asciugarmi.» È avvilita mentre lo racconta. «Non mi andava, ma l’ho fatto comunque. Ci siamo baciati, aveva l’alito cattivo. Si è eccitato, stavamo per farlo, ma mi sono fermata e sono scappata via. Mi sono sentita… così stupida. Squallida. Sporca. Non so. Io non voglio sentirmi così, sporca. Certe volte penso che sia tutta colpa di Roberto, perché in un certo senso… mi fa stare lui in questa relazione, e io glielo avevo detto, non sono brava. Qualche settimana fa aveva invitato a cena dei suoi amici, allora ho cucinato per due ore ma all’improvviso gli viene in mente che non erano quattro ma cinque e io… ho dato di matto.» Si strofina forte la fronte ei suoi occhi arrossati non sorridono più neppure per finta. «Ho avuto un attacco di panico all’idea di non essere capace, ho gridato, l’ho insultato, l’ho chiamato coglione e sbadato, perché non pensa mai a niente, per lui è sempre tutto risolvibile, e alla fine gli ho fatto annullare la cena. Li ha chiamati e ha inventato una scusa. Ho fatto sesso con due uomini diversi, in quella settimana. E lui lo sa. Dice… che non fa niente. Ma non è vero.»
Per la collettività, una persona che ama il sesso o che necessita di una relazione aperta è considerata una persona demolitrice, crudele, dissoluta, allo sbando. Incapace di instaurare legami affettivi. Il sesso “benigno” e consentito resta ancora quello che serve a riconoscere il partner giusto, raggiungere il legame sentimentale e la costruzione di una vita insieme. Il sesso fine a se stesso è perciò un affare sordido.
«Roberto mi dice “e se durante il sesso con un altro poi ti innamori?”» continua Lisa. «E per me è assurdo. Crede che io possa innamorarmi di chiunque.»
«Sarebbe come dare alla vostra relazione il significato di una scopata, che può essere fatta con il primo che passa.»
«Tu come fai col tuo rapporto, Paolo?»
Smetto di girare il mio caffè. «Eh. Arranco.»
Conobbi Max che ero un bambino terrorizzato dagli adulti, eppure sono passati appena due anni. La sera in cui mi vide per la prima volta fu anche il momento in cui scelse di amarmi e di non poter fare a meno di aiutarmi. E io lo capii subito.
Avrei voluto andarmene, fuggire dalla camera d’albergo e dirgli mi dispiace, non posso. Ma mi limitai al non posso, non me ne andai. Perché non volevo essere quel tipo di persona che preferisce condannarsi all’infelicità.
Ho fatto l’equilibrista, tra le mie angosce e le sue esigenze intime. Quando pensavo a me, a ciò che volevo, all’istinto di mollare, si traduceva tutto in un torto a lui. Non sapeva neppure quanto lo amassi e quanto il suo benessere fosse in cima ai miei tormenti. Abbiamo sofferto, discusso per giorni, festeggiato tante volte.
Una delle cose che mi inquietava, al principio, era che lui in casa aveva poco, lo stretto necessario, perché il vivere senza compagno vanificava nuovi acquisti. Avrebbero acquisito valore soltanto se fatti in due. Questo mi caricava di responsabilità.
Così comprammo pentole, un nuovo tappeto, le fodere dei cuscini, un armadietto per il bagno.
Mi occupavo delle pulizie, mi appagava cucinare, scrivevo i miei romanzi sul balcone fiorito, dopo aver piantato tulipani. Il suo faccione orgoglioso mi convinceva che potevo guarire, diventare un ragazzo in pace che ha voglia di creare una famiglia. Ma quando spegnevamo le luci e si andava a letto ricordavo la mia, di famiglia. E tutto finiva. Finiva ogni notte.
Rimuginavo sulle coppie per cui l’unione è in realtà una forma di possesso. Una gabbia, un motivo di privazione continua, e non un arricchimento o solidarietà. È colla, non energia. Rimuginavo sugli improvvisi e taciti “no, non puoi” che irrompono quando decidi di stare con qualcuno, quando accogli l’amore. E io mi convincevo che la vita, o almeno la mia vita, non poteva essere solo questo. Che, in un certo senso alquanto macabro, non le avrei permesso di finire così. Perché l’amore, nella mia testa, è un capolinea. Una meta meravigliosa e ambita, ma in cui i binari s’interrompono. Il viaggio personale finisce e ne comincia un altro a piedi, un viaggio in due.
È per questo che qualche volta succede. Qualche volta mi sveglio strano, che non ho neppure dormito molto, con un pettirosso nel petto dalle ali scatenate. Fisso il soffitto e non mi sento libero. Faccio colazione, scrivo un po’, provo a stancare il mio corpo e a bloccare i cattivi pensieri con una corsa e una doccia, e poi esco di casa. E succede.
Attraverso i baci, il rotolarmi sotto coperte diverse, dal profumo di un ammorbidente che non è il mio. Attraverso lo sbirciare foto di parenti che non sono i miei, sul comodino. Io scopro le vite degli altri, come leggere tanti libri intensi, ognuno con la sua storia.
Ci sono madri scappate, fratelli morti per overdose, eredità abbandonate sui monti. Vacanze in America diventate lavoro, volontariato in Africa tra bambini malnutriti. E tutto questo mi migliora, mi inebria, mi colma il cuore. Mi coltiva, irriga e concima. Mi istruisce come faceva il professore anziano delle superiori, che ampliava le lezioni con le sue memorie di quando era giovane e povero.
«Tu lo ami?» mi chiede Lisa.
«Ma certo. Era il mio piccolo pulcino. Quando mi aiutava nelle cose era un adulto che conosce il mondo, ma se mi si addormentava accanto tornava bambino, si accoccolava tra le mie braccia e voleva la mia mano sulla testa per sentirsi protetto. E io lo facevo perché lo amo. Non temo il dubbio. Quando c’è il dubbio lo sai. Puoi non ammetterlo, ma lo sai. Il vero amore penso che sia questo, non sentirsi mai soli con se stessi. Anche con una città in mezzo che ti separa. Anche nel letto di un altro. L’amore è come Dio, in un certo senso. Ce l’hai dentro, lo porti con te.»
«Allora… perché non ci basta quel che abbiamo?»
«Perché forse ad alcuni di noi non basta una sola vita. E non possiamo farci niente. Per quanto sia doloroso e complicato, per quanto là fuori non possano capire.»
Come quando da bambini ci arrivavano le pallonate in faccia. Noi semplicemente ci coprivamo il viso con le braccia. Potevamo schivarle, potevamo accucciarci, e invece le accettavamo. Ne accettavamo il male e lo facciamo ancora. Per capire ogni volta che sapore ha, che nuovi sospiri ci lascia. Per svegliarci dalla calma piatta in cui ci siamo adagiati e che il mondo stabilisce faccia bene, faccia al caso nostro. Per ricordarci, attraverso le emozioni esasperate e violente, che siamo vivi.
Lisa sorseggia il suo tè ormai tiepido. «Secondo te…»
«Dimmi.»
«Siamo brave persone?»
«Alla fine facciamo meno male agli altri e più a noi stessi. Quindi suppongo di sì. Ce la caveremo.» Prendo il menù dei dolci. «Ce la facciamo una crostata?»
La verità è che siamo tutti disperati, eternamente disponibili all’insoddisfazione, in bilico sulle funi del caso e della fortuna, coinvolti in un vortice di eventi e di intrecci umani di cui non sempre siamo protagonisti. A volte accontentiamo gli altri perché è semplice, perché la ricerca del nostro modo giusto per essere felici non ci ha ancora risposto.
E va bene così.

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3 thoughts on “L’amore è come Dio. È sempre dentro di te”

  1. Bravissimo Paolo, come sempre se bravo a metter nero su biano le cose, sai quanto condivida ciò che scrivi, tu e Max siete una bellissima coppia, che crescerà fino a fondersi, per noi è stato cosi, e credo non ci sia niente di meglio !

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