Le madri del Nord indossano pantaloni beige, foulard a tono, cardigan blu, ampie borse di pelle poggiate su pompose carrozzine Inglesina, e hanno tutte il caschetto e l’aria scoglionata.
Si fermano al parco e conversano tra loro in maniera formale, perfettamente verticali, con la spina dorsale irrigidita dal rancore covato per le colleghe d’ufficio, attenendosi a una distanza di sicurezza affettiva di circa un metro e venti l’una dall’altra.
Quello che si dicono riguarda in genere un aspetto marginale della loro esistenza, tipo «siamo stati a fare shopping e mio marito Alberto ha comprato una nuova scrivania per lo studio», e ne segue un «ah, ma dai!» totalmente disinteressato dell’amica, che invece pensa “mo mi uccido proprio, così la smette di parlare e deve pure mettere i soldi per la corona, troia”.
In seguito si scambiano ricette senza glutine, uovo, burro, sale e gioia, e s’informano con entusiasmo monacale che al supermercato è arrivata la nuova cotoletta di tofu a soli 15 euro a fetta, senza traccia di motivazioni per vivere. Poi si voltano e con tono calibrato dicono qualcosa di politicamente corretto: «Benedetta, fai giocare anche Claudia con la bambola. Non essere reticente.»

Le madri del Sud indossano leggins zebrati taglia 64 e stivaletto pitonato con cerniera delle pezze americane, le cui armonie sono messe in risalto dalla french brillantinata col disegno in rilievo della Madonna di Castellabate.
Nella LV – scorticata perché la trattano come il sacchetto dell’apocalisse bio di 2 centesimi da riusare per la munnezza dell’umido – ci stanno le pummarole, un telecomando senza pile, la crema per i geloni, della sabbia di mare dei bagni fatti in estate e il latte del quarto figlio avuto a quarantadue anni. La borsa l’hanno acquistata giù al porto dagli africani, con cui hanno duellato duramente per farsi togliere 3 euro dai 10 iniziali, commentati con un «non esiste proprio, tu nu’ stai buon ca’ ‘a capa!»
Quando s’incontrano con le amiche nel cortile, dove i criaturi giocano a pallone e con i miniciccioli tra le macchine parcheggiate e le bombole vuote del gas, si lamentano della sciatica, dell’unghia incarnita al pollicione – che mostrano, in decomposizione – e si sistemano la molletta a forma di cigno reale nei ricci bruciati dallo shatush, o dalle piastre del sabato sera, quando vanno a mangiare la pizza con le cozze col marito.
Se qualcuno strilla improvvisamente in maniera disumana, si girano e urlano «ANNARITAAA! Scinn’a cuoll a Pepp’! Nu’ fa’ ‘a scem’!»

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