“Ciao Pierpaolo,

quando hai scritto il post sui tuoi genitori ero incredula. Non potevo credere che esistessero altri genitori come i miei. E non credevo esistessero altri figli come me. Ho 22 anni e per tutto questo tempo ho passato le mie giornate a compiacere i miei genitori, a fare tutto per essere considerata all’altezza e non ci sono mai riuscita. Sono sempre stata una delusione e non ne ho mai capito il perché. Sono sempre stata incapace e non so perché. Sto per laurearmi in 3 anni esatti ma anche in questo non sono stata abbastanza e non so perché. Non ho inseguito i miei sogni perché non me lo hanno mai permesso ma oggi loro dicono che è stata una mia scelta. E io mi sento in colpa. Per tutto quello che faccio e per tutto quello che (non) dico. Non sono abbastanza. Non sarò mai abbastanza. E sono infelice.

Anonima”

Cara Anonima,

purtroppo il comune denominatore che lega molte famiglie del Sud (ma anche del Nord) è il rapporto malsano che si instaura tra genitore e figlio. Nessuno ha la piena colpa delle frustrazioni e dei sensi di colpa, ma ognuno fa la sua parte affinché tutti siano infelici. Non credere che per i tuoi genitori sia facile, o che la disparità che senti addosso sia una punizione esclusiva per te. Il problema principale, per esperienza, è che gran parte dei nervosismi e dei dispiaceri non vengono condivisi nella famiglia. Quando qualcuno si comporta male, quello sgarro lo conserviamo dentro, non ci difendiamo, non protestiamo, e così diventa un piccolo cancro che ci infetta. Dirama, cresce, ma non ci uccide. Ci avvelena soltanto: compromette la salute fisica attraverso l’ansia, tocca il buon umore, incrina l’autostima, ci convince a stare a casa e a lasciar perdere le grandi imprese. E invece basterebbe poco per curarsi. Per curare tutti. Basterebbe parlarne. Anche urlare, inveire, sgolarsi, purché se ne parli. Chiarire cosa c’è di sbagliato, cosa è stato fatto, quali abitudini non vanno bene, e stabilire anche i propri bisogni, i desideri, le speranze per il futuro. Ma nelle famiglie lo si fa davvero poco. Nelle famiglie, spesso, non ci si conosce per davvero. C’è chi sceglie e chi obbedisce, e così l’umiliazione fa lavorare la mente e la fantasia, che esasperano e amplificano i cattivi pensieri. Se vuoi spezzare questo circolo vizioso, devi alzarti e dire alla tua famiglia cosa, per te, non va bene. Cos’è che ti fa soffrire. Perché, credimi, loro non ne hanno idea. E se non sarai tu a far chiarezza, diventerai la vittima della tua stessa censura, continuando a colpevolizzare gli altri.
Riprendi in mano la tua vita. Ti bacio forte.

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