Da dove comincio? Direi dalla realtà dei fatti, senza vergogna, senza fingere. Oggi con voi voglio essere sincero. E direi di cominciare rompendo le regole, dalla fine anziché dal principio. Da oggi.
Il sindaco di Trentinara, il pittoresco paesino del Cilento in cui ho ambientato “Dillo tu a mammà”, mi ha omaggiato facendo realizzare una mattonella con una mia citazione, e installandola nel sentiero dell’amore, assieme alle mattonelle dei grandi poeti italiani che hanno lasciato il loro tributo a questo sentimento.Non è solo un onore impagabile, a cui non avrei mai sperato, neanche nei miei sogni a occhi aperti da ragazzetto di campagna con velleità artistiche. Non è solo una felicità smisurata, che mi fa scoppiare il cuore e rende fieri i miei genitori. Non è solo un enorme grazie al sindaco Rosario Carione, per questo gesto bellissimo e umano, vorrei baciarlo, abbracciarlo, sollevarlo.

Questa mattonella, affissa in paese e incastonata nel cemento, è soprattutto un passo della mia gavetta, che è tutta in salita, e io per la prima volta sono felice che lo sia.
Vedete, vengo da un trascorso umano che mi ha portato a comportarmi male, a sbagliare troppe volte, ad assumere comportamenti infantili, irascibili e insostenibili. Un percorso molto umiliante, fatto di un costante rancore e di forti rimpianti. Ci sono stati i bulli, c’è stata un’omosessualità sofferta, il mio primo amore che mi ha spezzato il cuore perché non si accettava. La solitudine, l’invidia forte per mia sorella, che poteva essere una ragazza normale e uscire, ballare, baciare, tuffarsi in un’adolescenza che a me pareva negata. Ci sono stati mamma e papà, per cui niente di quel che facevo, e a volte faccio ancora oggi, era mai abbastanza, e che mi hanno educato a vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto.
Non li biasimo, però. Essere genitore è una cosa difficile, senza ricette, di cui io non so nulla, e che spesso trascina sul confine bastardo che c’è tra “sto pretendendo troppo” e “sto viziando mio figlio”.
Scrivere è stata come una vendetta, all’inizio. Non una passione, ma una specie di “vi farò vedere che non sono una nullità”. E questo ha rovinato tutto, esasperando ogni volta gli obiettivi da raggiungere, rendendoli al di fuori delle mie possibilità. Non ero mai soddisfatto di niente, non riuscivo a gioire, prestavo attenzione solo agli aspetti negativi delle vicende, anche di quelle per cui avrei potuto festeggiare.
Le prime pubblicazioni, il blog, la pagina, i fan, non era mai sufficiente, mai come me lo aspettavo. Le mie ambizioni erano avvelenate dall’antico rancore, e non capivo che farcela non mi avrebbe mai curato. Pretendevo, mi arrabbiavo, incolpavo chiunque non facesse quello che io mi immaginavo. Ed ero infelice, sempre.
Ho fatto soffrire le persone che mi stavano intorno, e che vedevano del potenziale in me che io stesso non sapevo valorizzare. Ho trattato male chi amo e me stesso, impedendomi di godere della mia crescita.
L’apice del dolore e dell’insofferenza l’ho raggiunto quest’anno. Con il contratto di Rizzoli, le mie ansie hanno devastato tutto. Avevo così paura di fallire, di deludere le aspettative dell’editore, di non vendere, di non ricavarne un secondo romanzo, di non avere un futuro, che sono annegato nella negatività. Non ho esultato neanche una volta, e me ne pento amaramente.
I social, quel mezzo che mi ha permesso di realizzarmi, erano al contempo la mia salvezza e la mia rovina, e non ho paura di ammetterlo, perché credo sia importante parlarne e avvertire chi inizia adesso.

Perché lo scrivo? Perché so che capita a molti, anche se non è trendy dirlo chiaramente. Perché so che questo nuovo, orrendo sistema sociale e lavorativo ci sta assorbendo e spremendo tutti.
I social sono la nuova forma di precariato, che però, a differenza del precariato reale che c’è là fuori (e che uno si augura di superare), non passa mai. Ciò che un tempo dovevamo fare per diventare, chessò, fotografo, fumettista, giornalista, sarto, cantante, attore e via dicendo, era impegnarsi. Il che voleva dire studiare, iniziare un percorso di pratica, dei tirocini, viaggiare, soddisfare i compiti di chi è al di sopra di noi per dimostrarci meritevoli, incontrare le persone giuste e incastrarle con l’occasione giusta. Insomma… sperimentare. E alla fine, per qualcuno, questo si traduceva in successo. E non parlo del “successo”, cioè quel WOOOW! mediatico, no. Parlo del successo che ti meriti per avercela messa tutta. Quel successo che nessuno poi può mettere in dubbio, ha una sua dignità e una sua competenza, non te lo strappano di mano. Con quel successo, puoi guardarti indietro e raccontare la tua storia, ricca di esperienze, ai nipoti, alle cene con gli amici, ai colloqui.
Oggi sta cambiando tutto. Noi siamo cambiati, visceralmente. Contribuiamo, proprio noi, oggi, con allegra spensieratezza, al peggioramento della nostra società e al declino di una parte del nostro mondo lavorativo.
Per essere commercianti e vendere dobbiamo pubblicizzare le nostre attività su Instagram con delle foto ammiccanti, e pagare delle inserzioni pubblicitarie affinché raggiungano tante persone. Per diventare cantanti dobbiamo accumulare visualizzazioni su YouTube, e cercare disperatamente un modo per divulgare la cosa e attirare un produttore che fiuta la “commerciabilità”. Per diventare attori siamo spinti a fare video super comici, sperando che qualche multinazionale ci sfrutti per promuovere prodotti e darci qualche soldo, che poi investiremo in altri video. Per professarci scrittori dobbiamo aumentare fan sulle pagine Facebook e creare pillole di ovvietà sull’amore, nel tentativo che quelle ovvietà si concretizzino in un libro.
Insomma, la gavetta è stata bellamente sostituita dall’obbligo di trasformarsi in “fenomeni del momento”. Fenomeni che, tristemente, devono ripetere all’infinito “comprami, comprami, comprami”. Passando dalla fantasia romantica di realizzare i propri desideri all’incubo cinico di sentirsi un venditore ambulante.

Qual è il prezzo da pagare per un mezzo di comunicazione che la gente classifica come “facile”? Per me ce ne sono tre.
Per prima cosa, lavori h24 e lo fai gratis. Per accrescere il tuo pubblico devi produrre continuamente, rispondere ai messaggi, occuparti degli aspetti grafici, moderare commenti giorno e notte, il tutto senza ricavarne niente se non like, ma giurandoti che questo porterà alla notorietà; non segui la tua ispirazione o il tuo pensiero critico, ma cerchi di rendere il tuo prodotto ordinario, in modo che accontenti il maggior numero di utenti. Montare video tipo “le 10 cose divertenti che le donne fanno quando sono gelose” avrà un riscontro più ampio rispetto a un documentario sul sessismo nelle aziende; oggi hai 700mila fan e sei un dio, e domani, se sgarri post o se per caso il tuo rendimento di like cala, il web ti flagella o abbandona, decretando la fine della tua utilità per i settori lavorativi sopra citati.

Non provo vergogna nell’ammettere che ci sono cascato in pieno. Ero ossessionato dall’andamento della pagina, e avevo terrore che se avesse smesso di piacere, sarei sparito anche io. Avevo paura. Umana, fragile, imperante paura.
Contavo i like, i fan, tentavo modi per promuovere il romanzo. Subivo l’ansia di aver dimenticato di pubblicare un post o una foto. Ma soprattutto constatavo di continuo quanto i temi facessero la differenza: creare scenette familiari piaceva tanto, scrivere lunghi post su tradimento, sulle discriminazioni o sui dubbi sulle relazioni piaceva meno.
E l’obiettivo qual è, per tutti noi che ci proviamo? Già. Piacere. Gran parte delle pagine che stiamo seguendo, stanno disperatamente cercando di piacerci.
Mi sembrava di dover scegliere sempre tra ciò che era nelle mie corde e ciò che era meglio. Non volevo rinunciare ai miei sogni, ma le vite di tutti noi, di tutti quelli il cui andamento è strettamente collegato ai social, sono sempre appese a un filo.
Se non posti, non sei nessuno.

La nostra vita lavorativa non è più in mano nostra, ma la decidono “gli altri”. Anzi, noi. Io, tu, voi, con i nostri like esaltiamo o poniamo fine alla vita social di qualcuno, influenzando perciò la sua vita reale, il suo futuro, il marketing, la meritocrazia. Possiamo dire quindi che con i social non si coltiva niente. Si è sempre temporanei, con un ingrato contratto a tempo.
Con “Dillo tu a mammà” ho visto confermarsi tutto. È andata benissimo, è vero, ha raggiunto la terza ristampa, che per un esordiente è oltre le aspettative, ma per la mia ansia non era un successo. Avevo scelto una tematica non appetibile, quella del coming out. Avevo scelto un personaggio che non abbraccia l’amore, ma lo interroga e scappa. Avevo scelto di rischiare, insomma. Non sono riuscito ad ascoltare le voci dei colleghi che consigliavano “se invece di due Lui ci metti un Lui e una Lei, venderai il doppio”.
Oggi sono profondamente felice di averlo fatto. Di non aver preferito strade facili, video in cui risultare spassoso, post che accontentassero i gusti di tutti. Grazie a questi sette mesi sono cambiato molto e ho, in parte, guarito questa foga social che ci sta facendo ammalare.
Sto smettendo di avere fretta, di puntare al massimo, di invidiare le pagine più affollate. Per recuperare qualcosa di prezioso, che appartiene e apparterrà sempre e solo alle nostre meravigliose vite reali: la pazienza.
Ho imparato che la gavetta non è il numero di volte in cui si fallisce, e per cui io, durante i miei fallimenti, ho pensato e preteso che quegli episodi infelici fossero ingiusti, mi dovessero essere rimborsati con delle vittorie poderose. No, la gavetta è il numero di volte in cui riusciamo in qualcosa di piccolo e buono, e allora passiamo all’obiettivo successivo. E non è di certo indispensabile che sia un trionfo di popolarità, che sia eclatante, che lasci il segno. La gavetta non è un coro di applausi, ma una serie di mattoni, ognuno leggero, discreto e all’apparenza incapace di dimostrare valore se isolato dagli altri, ma che assieme al resto dei mattoni forma la costruzione della propria persona. Umana e professionale.

Vi scrivo tutto questo non per stilare una parabola boriosa, ma perché in tanti mi domandano in privato “come faccio a diventare scrittore? Come ci sei riuscito?”. Be’, vi prego, battete pure il sentiero dei social, ma ricordate sempre che non riuscire a essere famosi su Facebook non vuol dire contare poco là fuori. Che un like non equivale all’acquisto di un libro, di un fumetto, del biglietto del cinema per vedere un film. E soprattutto che le esperienze che contano non sono virtuali, ma vivide, fatte di vista, olfatto, udito, brutture e scoperte. Di mani strette, della casualità di una persona incontrata su un treno che può cambiarvi la giornata. Di esperienze personali.
So che sembra paradossale fare discorsi simili proprio sul web, ma è il paradosso in cui siamo finiti. Vi prego, viviamo di più nel mondo reale. Ciarliamo meno di amore e comportiamoci bene con chi ci sta intorno. Piantiamola con le acidità e con le pagine social che sembrano umoristiche ma che in realtà ci trasformano giorno dopo giorno in una massa di stronzi che prendono in giro il prossimo.
Dite ai vostri figli – perché i giovani sono quelli più influenzati – che i modelli da seguire sono le persone capaci di cambiare il mondo e renderlo migliore con il contributo delle proprie azioni. Sono i lavoratori che fanno sacrifici per aiutare la propria famiglia. Sono gli ostinati che si fanno il culo per meritarsi un premio. Non sono gli influencer sexy che pubblicizzano creme e borse, o le esilaranti meteore del web buttate in pasto alle folle, che saranno pronte a un’altra celebrità virtuale tra uno o due anni.

Questo insegnamento lo devo a voi. A voi che siete venuti alle mie presentazioni, passando dal furore dei migliaia di like alle salette delle librerie indipendenti, ai locali umili delle associazioni culturali, alle cene con discussioni, agli incontri tra genitori e figli. Presentazioni di 60 e 80 persone, ma anche di 10 e 15, ugualmente insostituibili.
I chilometri fatti, le sudate, gli imprevisti, le brutte figure, le parole sgarbate, gli strafalcioni, ma anche i complimenti, i vostri sorrisi e i pianti, le firme, la curiosità genuina. La realtà che abbiamo creato è stata la vera gavetta che mi avete permesso di intraprendere, e con cui voglio proseguire. Sono solo all’inizio, ed è bellissimo e giusto che sia così.
Ecco, quella mattonella che adesso è sul muro di una via di Trentinara è realtà. La realtà che mi fa piangere di felicità, che mi rimette con i piedi per terra. Che mi ricorda che c’è ancora tanta strada da fare, per migliorarsi, e persone da conoscere, storie da ascoltare faccia a faccia, più tempo da dedicare a situazioni in cui Pc, cellulare e account non c’entrano niente. Ora so che nessuno potrà togliermi questa emozione che adesso ho dentro. E vorrei che tutti quelli che sognano di scrivere, cantare, recitare, disegnare, qualsiasi cosa, lo facessero non commettendo il mio errore, e l’errore di tanti altri in questo periodo storico confuso. L’errore di esistere solo sui social.
Tutto ciò che può esservi utile e rendervi più bravi è fuori dalle mura di casa. È in giro per il mondo.

Il prossimo anno scriverò un nuovo romanzo, e alla sola idea sorrido perché amo la storia che ho in mente e non vedo l’ora di comunicarvi la grande novità. Una novità che mi permetterà di coltivare la vita di tutti i giorni, e non più solo quella social.
Spero andrà bene, ma soprattutto spero che andrà bene per ciò che racconterà, e non semplicemente per ciò che scrivo su Facebook. Non mi interessa diventare “qualcuno”, io voglio davvero scrivere romanzi ed essere giudicato per quelli.
Grazie di cuore a tutti. Grazie di cuore alla vita, che spesso ci fa male in buona fede.

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2 thoughts on “Se non posti non sei nessuno. Ma la gavetta è un’altra cosa”

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