Un tempo ho giudicato anche io chi tradiva, chi smetteva di amare, chi non mostrava coraggio. Ho giudicato chi soffriva inutilmente ma non andava via, chi sembrava il più debole della coppia e sopportava, chi preferiva il sesso ai sentimenti.
Fino a pochi anni fa ero uno di quelli che trovano più semplice ragionare per schemi, per regole d’etica, per “si fa così perché quest’altro non si fa”, e illudersi che la vita sia fatta di scelte ragionevoli: o dentro o fuori. O tieni a qualcuno o non ci tieni.
Ma sperimentare la vita vuol dire proprio stare nel mezzo.
Ho conosciuto la pena, l’umiliazione, la confusione, la bugia, il ripensamento. No, non ho sempre subito queste cose, le ho anche inflitte. Sono stato io quel cattivo su cui spesso puntiamo il dito.
Ho mentito, mi sono tirato indietro, ho dubitato, ho tradito, ho fatto l’amante, ho aspettato il momento migliore per prendere una decisione comoda. E a quel punto ho capito e accettato che non ero semplice, non ero così corretto e buono come avrei giurato, e che nessuno di noi lo è. Che non è facile stare con gli altri, non siamo dentro un telefilm con il copione scritto. Che la complessità dei miei stati d’animo e di chi mi voleva bene era un fottuto rompicapo.
C’è chi fa sermoni e chi invece vive davvero, e l’atto d’altruismo più grande che compie quest’ultimo è fare meno danni possibili.
Ho imparato che giudicare le scelte degli altri, ritenendole sbagliate, serve più che altro a fingere di stare meglio di loro, di sapersi comportare nel modo giusto.
Perché non sapevo amare? Perché ero infelice in modo cronico? Perché facevo azioni cattive? Perché non riuscivo semplicemente a sorridere accanto a un bravo ragazzo, per scattarci una foto, e a farmi bastare questo per stare bene? Perché dovevo complicare tutto con le mie emozioni turbolente?
Ero spaventato all’idea di essere diverso, difettoso, e così fingevo di volere e di provare le stesse cose che sembrano riempire la vita confortevole e spontanea di “tutti” quei felici e quei normali.
Ma chi erano questi “tutti”? Erano i bellocci sui cataloghi per la casa, tra bei cuscini beige. Erano i protagonisti generosi dei telefilm e delle pubblicità. Erano personaggi architettati dei romanzi.
Erano la perfetta finzione che ci fa sentire in colpa. Che ci vorrebbe tutti uguali, sportivi, devoti, pazienti, in una famiglia tradizionale, simpatici, figli e genitori modello.
Ho amato un uomo sbagliato, che mi tradiva. E poi non ho amato un ragazzo meraviglioso che mi dava tutto, l’ho tradito e gli ho spezzato il cuore. Poi ho usato un ragazzo dolce quando avevo voglia di godere e basta. E poi sono stato gentile con un estraneo che mi ha preso in giro. E ancora sono stato in una coppia aperta, per beneficiare sia delle certezze che del piacere senza limiti. E poi, e poi, e poi.
Poi ho ascoltato le storie di chi divorzia. Di chi non sa fare il genitore e si sente un fallito. Di chi teme di essere lasciato. Di chi fa cose che rompono la perfezione e che la società condanna.
I nostri tabù cadono proprio quando li sperimentiamo. Quando ci rendiamo conto che la vita è più dura del previsto ma soprattutto fatta di sfumature. Quando smettiamo di avere fede nella normalità, nelle convenzioni, e accettiamo di essere imperfetti, un po’ egoisti e fragili, spigolosi, umorali. Quando rinunciamo all’apparenza e ci permettiamo la magnifica occasione di essere umani.
Di essere liberi.

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3 thoughts on “Solo chi finge è perfetto: amare significa capire che sbagliamo”

  1. Mi ritrovo molto in quello che hai scritto. Ho capito sulla mia pelle che non si può giudicare senza aver vissuto le medesime situazioni. Ma non so quanto questo sia legato alle inconsistenze di una vita sentimentale. Trovo che la coerenza di una vita sentimentale sia più legata al fatto di capire chi siamo e cosa vogliamo. Accettarsi significa capire che nulla é sbagliato in senso assoluto. Accettarsi é il primo passo per una relazione sana.

  2. Credo che tu mi abbia salvato con queste parole. Credo.
    La via per la persona che siamo destinati ad essere è irta di errori da commettere;
    alcuni li ammettono e ne soffrono davvero.
    Grazie.

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