«Dove vai?»
«Vado a fare un giro, mamma.»
«Hai la faccia strana. Ma torni subito?»
«Sì, non ti preoccupare.»
«Sicuro che va tutto bene?»
«Sicuro.»

Sono sulla collina dei vigliacchi. È una giornata così limpida che anche i dubbi sembrano ripuliti. Ma non le risposte.
Ho cominciato a chiamarla così perché tutte le volte che ci venivo per sfuggire alle cose brutte, mi sentivo chiamare allo stesso modo, vigliacco. Come se ci fosse qualcosa di visceralmente ignobile nell’avere paura. Una colpa. Io non ci vedo nulla di strano. Vuol dire solo che quel briciolo di animale che abbiamo dentro, non ancora morto di fastfood e di social network, ha fiutato un pericolo, e ci dice scappa.
È un’altura selvatica, non lontana da casa. Non ci viene nessuno perché il sentiero per salirci è tutto sdrucciolato, e alla fine non ci sono panchine né giostre. Vuole starsene in santa pace, questa collina. Niente gite o bottiglie di plastica lasciate nei fossi. Solo serpenti, grilli e piante che pungono.
Non ci vengo spesso. Lo faccio quando stare al mondo sembra una delle cose più estenuanti, e poi subito mi sento un coglione drammatico, considerando che c’è gente che guadagna 900 euro e ci sfama una famiglia.
È che la vita non ci chiede di diventare adulti. Non ci chiede se siamo pronti, se siamo in vena. Succede e basta, catapultandoci nelle responsabilità, nei dilemmi, nelle cose dell’amore e del lavoro, che pensavi fossero semplici e una mattina come le altre smettono di esserlo. E così a volte vorremmo solo tornare indietro, a quei tempi in cui le giornate ci appartenevano ancora.
Questa sensazione frustrante è abbastanza comune, credo. Insomma, chi non vorrebbe cambiare la propria vita. E ognuno la supera come può. Con gli amici e l’alcol, con una carriera massacrante che assorbe ogni pensiero. Con la cocaina. Io lo facevo con il mio fidanzato immaginario.
Lui era con me quel giorno che il mio primo amore mi disse che i maschi non si baciano, alle superiori. Era con me quando papà gridava e io mi nascondevo in camera e pregavo passasse. Era con me quando un tizio mi perseguitò per una settimana, minacciandomi.

Mi siedo su un masso e il mio fidanzato immaginario è qui, ancora una volta. Mi sorride da lontano, cammina lungo le sterpaglie della collina, sotto le pale eoliche. Il vento profuma degli ulivi tutto intorno e lo spinge verso di me, agitandogli la maglietta ed evidenziandogli i pettorali. Sono passati anni ma lui non è invecchiato, è sempre bellissimo, posato ma pieno di vigore.
Mi si siede accanto, solleva un braccio e mi sistemo sul suo petto, stringendomi a lui. Ritrovo la pace.
«Ci hai messo una vita. Pensavo fossi morto.»
«Un fidanzato immaginario morto. Sarebbe stato troppo teatrale anche per te. Già ti vedo, con un vestito lungo e bianco ad aspettarmi per sempre qui, davanti al tramonto, con due lacrime appena accennate sul bordo degli occhi.»
«Lo sai che odio il bianco.»
«Come stai?»
«Come si sta quel primo giorno in cui capisci che nella vita non puoi controllare un cazzo.»
Sorride. «Festa grande, allora. Ti sono mancato?»
«Mi manchi sempre.»
Mi chiedo come mai quasi nessuno, neanche i più appagati, riescano a sentirsi liberi da quella sensazione di essere la metà di una mela. Chi l’ha deciso? È un fattore culturale? È che siamo cresciuti ascoltando favole in cui nessuna principessa sembrava felice di farsi un piatto di pasta per se stessa, o di accendere un mutuo da single? O forse nasciamo da una coppia, e finché non la emuliamo ci sentiamo manchevoli.
«Perché l’amore è così importante, dopo tutto quello che passiamo? C’è gente che viene fatta a pezzi dall’amore, tradita, umiliata, derubata, ci sono i divorzi, il restituirsi i regali e le case, e nonostante tutto… stanno tutti ancora là, ad aspettare che l’amore li guarisca.»
Mi accarezza i capelli e mi bacia la fronte, e mi sento meno solo. «Non lo so. Ma tutte le persone che hai conosciuto e che in qualche modo hanno compiuto grandissimi gesti di rivoluzione… erano sole, no?»
«Io però non voglio invecchiare da solo.»
«E come vuoi invecchiare, sentiamo? Come te lo immagini?»
Penso agli amici e ai parenti per cui l’amore è finito e ci hanno impiegato tantissimo tempo per accettarlo. Ma il problema non è l’amore che finisce. È quando finisce qualcosa a cui siamo aggrappati con i ricordi. Ci fotte quello, il non essere disposti ad ammettere che un bel ricordo a un certo punto non possiamo più replicarlo.
Quella vacanza in puglia, che la prima volta fu stupenda, profumata, piena di risate, passeggiate mano nella mano, la locandiera gentile, le conchiglie candide sulla spiaggia nera che nessuno frequentava, quel cielo pazzesco. E poi hai cercato di replicarla, per rivivere le stesse e identiche emozioni, ma la seconda volta c’era il marito della locandiera, sgarbato, e aveva piovuto per tre giorni, e la pizza era pessima, e hai litigato all’andata e al ritorno.
Ed è così per il lavoro, per il quartiere in cui viviamo, per le amicizie. Vorremmo che tutto fosse come all’inizio, quando le cose funzionavano. Vorremmo tornare a essere felici come il primo giorno di tutto quello che ci succede. E invece scopriamo con orrore che siamo cambiati. Tu sei cambiato. Loro sono cambiati. L’ambiente e l’atmosfera e le case sono cambiati. Non funziona.
La seconda cosa da ammettere è che noi, in quei contesti, non ci piacciamo più. Diventiamo cattivi, diversi, scorbutici, insofferenti, con la fronte aggrottata. E allora la cosa migliore da fare per tutti è dirlo. Accettare che quel sogno che vorremmo tanto ripetere è solo nel nostro cuore, nel nostro passato, e lì deve stare. Accettare che bisogna creare nuovi sogni, da un’altra parte.
Cambiare amici. È triste, sì, ma a che serve litigare ogni giorno se non si va d’accordo? Cambiare lavoro. È pericoloso, ma almeno smettiamo di morire dentro ogni giorno. Cambiare casa, città, obiettivi, abitudini.
Cambiare. La prospettiva che più ci terrorizza. Così legata alla prospettiva che cambiare possa farci restare soli.
«Come tutti sappiamo, Alice non aveva un principe ma un bianconiglio» commenta lui. «Ed era felice perché nessuno le aveva messo addosso la paura di restare sola a causa dei cambiamenti.»
Rido. È sempre capace di farmi ridere.
«Hai pianto in questi giorni?»
«No…»
«Come mai?»
Mi viene da piangere proprio adesso. «Perché… sono una brutta persona. Mi tengo tutto dentro e la gente pensa che io non provi nulla. Che per me sia tutto facile. Invece è solo sopravvivenza. Ormai ho imparato a non piangere, e resta tutto bloccato nella pancia. E fa schifo. Ma… quest’anno voglio cambiare tante cose. Probabilmente tutto.»
Ho imparato che i miei difetti, le mie imperfezioni, non sono più dei connotati. Non sono più aspetti che posso difendere. Sono paure. Sono spigoli con cui gli altri si feriscono continuamente, e prima o poi qualcuno si stancherà di tagliarsi e lascerà perdere. Io non voglio arrivare a quel punto. Non voglio tenermi strette le mie brutture solo perché cambiare è troppo faticoso, o perché confessare che per una volta potrebbe non essere colpa degli altri ma colpa mia mi fa a pezzi l’orgoglio.
«È per questo che sei tornato qui? Per fare ordine?»
Annuisco. «Liam… La felicità dov’è? Facciamo sempre quello che ci dicono. Quello che fanno gli altri e che quindi ci sentiamo in dovere di ripetere, per non restare fuori dal coro. Ma poi ne soffriamo comunque, perché non siamo noi. Cerchiamo la felicità nei percorsi scolastici, nei saldi, nella carriera che prevarica qualcuno. Nell’auto nuova, nella gravidanza, nella pensione, nei sabato sera e negli psicofarmaci. Io vorrei solo… capire come cazzo essere felice e avere poi la certezza che quello che sto provando sia vero e non uno sbaglio.»
Liam mi dà un buffetto sulla guancia. «Hai presente quelle emozioni che provi e che ti fanno diventare irascibile all’improvviso? Ti sembra di essere legato per i palmi e per i piedi, di essere in gabbia, o di avere qualcosa di malsano dentro da dover espellere. Di essere vittima del sistema. Di non essere libero.» Sì, ho presente. «Ecco. È quando devi diventare adulto e non ti va. E solo gli adulti, i veri adulti, sanno essere felici. Quando lo sarai anche tu, allora smetterai di chiederti se stai sbagliando. Perché non ti mancherà più nulla. Avrai te stesso.»
Si alza, si stiracchia e mi fa l’occhiolino, facendo qualche passo indietro. L’entusiasmo mi muore dentro.
«Te ne vai già? Ma… la nostra pizza? E stare a letto insieme mentre aspetti che mi addormenti. Le passeggiate sulla spiaggia. Facciamo sempre una passeggiata sulla spiaggia, io e te.»
«Io non sono l’amore. Non lo sono mai stato. Sono frutto della paura. E la paura è essenziale per ricominciare da capo. Per questo vengo a trovarti quando cadi a terra. Ma questa volta ti rialzi da solo, lo so. Non hai più bisogno di me.»
Mi sollevo dal masso a fatica, mi sento svilito e mi asciugo le lacrime. Ho come la sensazione che mi stia abbandonando, e non me lo merito. Non adesso.
«Non puoi andare già. Ho paura di non farcela. Ho paura di non saper più fare le cose da solo.»
«Le persone se ne vanno per insegnarci qualcosa. Non per darci nuove ansie. Ti conosco da quando eri piccolo. È una vita che hai paura di tutto, e guarda dove sei arrivato.»
Ci fissiamo. Sono arrabbiato con lui, con me stesso, con questa grande massa di sentimenti che vivere comporta. Eppure una parte di me è serena.
«Ricordi quella canzone? Jaded?» mi chiede.
Annuisco ancora. Sorride di nuovo e sorrido anche io, e si incammina verso la discesa, tra i rovi. Poi si volta.
«Non c’è mai stato niente di male nell’essere stanchi. Vai a raccogliere le mele. Travasa una pianta. Parla con i vecchi. Guardati un film che conosci a memoria. Passa una giornata senza lavorare. Pensa alla tristezza e al grano. Insomma… fai tutto quel che ti pare, ma non cercare l’amore. La tua vita è già piena di amore. Goditi la stanchezza.»

Già. La paura di sbagliare è un fatto antico, legato a quella della morte, e quest’ultima non è nient’altro che la paura del vuoto. Di non aver fatto abbastanza. Dei rimorsi, del tempo che si è perso.
Un cuore pieno di amore riempie ogni vuoto, e non lascia spazio alla paura della morte, al bisogno di fare, fare, fare. Una persona piena di amore può anche godersi la stanchezza.
Grazie mio dolce fidanzato immaginario. Arrivederci.

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One thought on “Bentornato fidanzato immaginario”

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