“Attivi di mente”.
Ma è mai possibile arrivare a un tale livello di rigidità, chiusura, stereotipo? E i profili del genere sono la norma, non raccontiamoci bugie. Sono quelli più numerosi. Ragazzi e uomini di ogni età e regione che si sentono maschi, ci tengono a farlo sapere, assumono un atteggiamento sociale che si confermi maschile e stabiliscono una misura di virilità oggettiva (nonostante non esista, quindi è sempre soggettiva e limitante) fondata sul luogo comune del manzo peloso, con voce profonda, palestrato, con il cazzo xl e necessariamente di ruolo attivo. Uomini che hanno creato una scala di virilità con tanto di livelli, rinominandosi da soli con dei nomignoli come orso, cinghiale, cinghiorso, bull, toro, gorilla, lupo.

Ecco, questo è l’unico maschio che mette tutti d’accordo. Il maschio accettato. Il maschio a cui vorremmo assomigliare non solo per fare felici la mamma, i vicini, il governo, la chiesa e i colleghi di lavoro, ma oggi soprattutto gli stessi omosessuali.
Poi mi si viene a dire che non bisogna parlare di passiva e passivo? Invece si dovrebbe. Perché i passivi a posto con se stessi non si complicano tanto la vita nel relazionarsi con gli altri. Profili come questo, invece, per me sono profili da passiva. Da persona con problemi di identità, omofobia interiorizzata. E se non vogliamo buttarla sullo scherzo, invece di chiamarli passive possiamo chiamarli in quell’altro modo, che ultimamente pure va di moda: “il problema del mondo omosessuale”.
Io li chiamerei persone in difficoltà a cui bisognerebbe fare un discorsetto e aprire gli occhi.

Poi possiamo giustificare tutto, per carità. Dirci che se andiamo alla radice dei nostri comportamenti sbagliati arriviamo all’oppressione tramandata, alle discriminazioni del passato, alla cultura maschilista con cui siamo cresciuti. Ma sono scuse che non ci salvano. Se noi per primi non sappiamo distinguere l’ironia dall’ideologia, la sessualità da un atteggiamento, l’estetica dall’essere, allora cosa li facciamo a fare i Pride? A chi si stanno riferendo e cosa vogliono comunicare al mondo?
Lo slogan è essere se stessi. Ma chi siamo? Io penso che spesso non ne abbiamo la minima idea e proviamo solo, disperatamente, a somigliare a quello che crediamo ci farà meno soffrire. E allora ci trasformiamo nel gay maschile per non dare nell’occhio, nel gay stravagante per spaventare le minacce, nel gay nerd per rifuggire i branchi troppo pretenziosi, nel gay orso per la sicurezza di una comunità. Tutto pur di ricrearci una nostra normalità. Che poi diventa sempre una prigione, impedendoci di assumere sfumature diverse da quelle dello stereotipo scelto: indossiamo una certa moda, portiamo barba e capelli con un taglio preciso, assumiamo un categorico tipo di sarcasmo, ci cospargiamo degli stessi tatuaggi, frequentiamo la stessa palestra, balliamo negli stessi locali, ascoltiamo la stessa musica.
E infine, dopo aver emulato lo stereotipo, cerchiamo ciò che è simile a noi, pretendendo di ritrovare noi stessi negli altri. Per cui si dà il via ai vari “NO”: no ai vecchi, no ai grassi, no ai giovani, no alle femmine mancate, no ai glabri, no agli indecisi.

Vogliamo parlare di omosessualità solo quando si tratta di omofobia e test dell’HIV? Secondo me un esame di coscienza ci servirebbe.

Pride vuol dire orgoglio, e siamo sicuri di poter essere orgogliosi di quello che molti di noi stanno diventando, comprese le nuove generazioni, che assorbono prima ed emulano le peggiori tendenze di sprezzo e assolutismo? Dei poveri dementi che “cerco maschio, non maschile, che è diverso!!!”. Degli analfabeti sentimentali che scrivono “no menate e problematici, zero ansie!”. Degli stronzi, crudeli, divisori, superficiali ossessionati dalla bellezza e dalla rapidità delle conoscenze?

È vero, ci sono molti omosessuali che soffrono, là fuori. E a volte non per l’omofobia delle persone etero, ma per quella dei gay stessi. Ragazzi che dopo aver faticato per accettarsi, devono faticare due volte per essere accettati, per sottostare alle regole e superare le prove che imponiamo. Ragazzi che desiderano solo un po’ di amore e che trovano una realtà scomoda, non inclusiva, nemica.
Dovremmo riflettere su di loro e sul futuro freddo che ci stiamo costruendo.

Io direi che ogni due anni di Pride tradizionali dovremmo organizzare dei Pride rivolti proprio alle persone omosessuali. Dei Pride che parlino di quanto riusciamo a essere dei coglioni proprio come quelli che ci giudicano, odiano e ostacolano. Perché spesso siamo proprio dalla loro parte.

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