Da quando sono tornato a vivere in paese mi sta capitando spesso di uscire con ragazzi che si definiscono “non dichiarati”. Quei ragazzi cioè che hanno accettato di essere gay (diciamo che la profondità di consapevolezza è meno emotiva e spesso più carnale, e hanno quindi accettato che gli piace il cazzo) ma non hanno ancora mai avuto il coraggio di dirlo a qualcuno, principalmente ai genitori.
Un mese fa, per esempio, uno di questi è andato nel panico perché dovevamo andare al cinema e all’ultimo momento ha scoperto che ci sarebbe stata anche una sua amica, e lui non avrebbe saputo cosa dirle (tipo millecinquecentosei scuse, ma nessuna lo convinceva) e così siamo stati in macchina intrappolati come al solito, ai margini della campagna, perché anche fare una passeggiata nel rispettivo paese era rischioso, altri amici o parenti avrebbero potuto vederlo assieme a me, che sono “dichiarato”, e quindi fare 2 + 2 perché se esci con un gay sei per forza gay pure tu. Insomma, un disastro, e la mia pazienza è durata due settimane solo perché aveva un cefalodonte lì sotto che proprio mi diceva ti prego, non abbandonarci, ha solo 46 anni, prima o poi acquisterà sicurezza in se stesso, comprendilo, ha paura, ma niente, il mio amor proprio ha vinto di nuovo.
Il denominatore comune di questi teenager ormai adulti che credono di avere tutta la vita davanti è il rimandare la responsabilità di affrontare la questione personale, come se stessero aspettando un momento fortuito piovuto dal cielo che la renderà più piacevole o aggiusterà le cose senza alcun tipo di sforzo. Nel frattempo rispondono alla zia alle dieci di sera e le dicono “ciao zia, sì sto qui con amici, è una comitiva che non conosci” mentre stanno trombando.
Ragazzi, ci siamo passati tutti. Io francamente non la faccio semplice come chi deride gli sposati, i fidanzati, i “repressi”, perché metà della colpa della loro infelicità spetta a questo mondo di merda, al fatto che adesso esultiamo ma fino a dieci anni fa omosessualità poteva voler dire una famiglia che ti rinnegava per sempre. Non giudico la difficoltà di una questione così delicata, perché per ognuno di noi c’è una vita diversa. C’è chi nasce con genitori dalla mentalità aperta, ha amici intelligenti e un paese accogliente, e c’è chi nasce in una famiglia cattolica che mette la Bibbia di fronte all’amore per un figlio, è cresciuto negli spogliatoi con gli amici della squadra di calcetto che se venissero a saperlo comincerebbero a mettersi la mano sul pacco sotto le docce, e magari è bloccato per questioni lavorative in un piccolo paese bigotto. Non voglio farla facile, per me non lo è stato. Mi sono dichiarato al mondo a ventisette anni.
C’è chi dice che non serva. Che sia una cosa privata. Inutile sbandierare. È una questione di privacy. Emozioni da viversi tra le quattro mura.
Sono tutte cazzate. E no, non è una questione di orgoglio. Non c’è niente di cui essere orgogliosi, quando si è gay. È dura, si mente, si omette, hai l’opinione non richiesta degli altri sempre addosso, spesso ci si sente soli, ancor più spesso è un fatto politico, etico, religioso, ci si sente come una specie a parte che non troverà mai serenità, e il nostro governo è una merda, per il momento siamo ancora inferiori agli occhi di moltissimi. Ma non è per questo che dovete dirlo. Non è per il pride. È per voi stessi che dovete dirlo. Perché non c’è niente al mondo di più bello dell’essere liberi di scegliere e vivere la propria esistenza in maniera autentica.
Credete di poter aspettare per sempre? Di poter fare sesso di nascosto, avere la comitiva di amici etero con cui uscire a bere e un paio di amici gay per la pizza fuori città, e accettare una situazione di limbo con i genitori che sospettano qualcosa che non va ma non fanno domande per paura di rompere la quiete?
Fatelo. O alla fine della vostra vita avrete fatto tutti contenti, e gli unici a non esserlo sarete voi. Fatelo, o più il tempo su cui costruite castelli di menzogne passa, più sarà difficile smantellare tutto, e quelle menzogne saranno più potenti di voi.
Mollate le fobie, le catene, i ricatti familiari. Abbracciate le conseguenze negative, se ce ne saranno, perché ce ne saranno sempre, non solo perché siete gay, fa parte della vita, della malattia, della sfortuna, non potete evitarli, ed è per questo che dovete impegnarvi affinché le cose vadano meglio. Prendetevi cura di voi per primi e lasciate perdere chi starà male, perché non è un vostro problema. Accettate chi decide di rifiutarvi e andarsene, perché è molto meglio che lo faccia se questi sono i patti e non tollera chi siete.
Buttatevi nel vuoto. Da quella scogliera spaventosa. Dall’elicottero da cui vi sembra tutto troppo alto. Rischiate, smarritevi, rovinate la giornata. Dite basta. Oltre tutto questo male, che è un attimo brutto e poi passa, passa sempre, ve lo giuro, c’è la vostra vita. C’è l’amore che vi aspetta, e innamorarsi è un’esperienza straordinaria. C’è il vostro tempo esatto, non più annodato a quelle persone da cui dipendete. Ci sono rapporti lavorativi e amichevoli basati sulle cazzo di cose che pensate veramente, sulla verità, e la verità è indispensabile per andare a letto la sera e poggiare la testa sul cuscino con un sorriso. C’è la leggerezza dell’assenza di bugie.
Ci saranno i vostri nome e cognome, e sarete certi di chi siete.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: