Alla fine è arrivato il giorno di salutare Milano.
Sono in un momento cruciale della mia vita. Uno di quelli in cui soffri come un cane che fin dalla nascita ha avuto poco, mangiucchiava qua e là nei rifiuti, col pelo arruffato dallo sporco e dalle stagioni che si susseguono, ma almeno era libero di correre per i prati aperti e pieni di fiori, e che invece all’improvviso si ritrova con un bel collare griffato, tre pasti regolari e l’impossibilità desolante di scegliere cosa fare e come farlo. Uno di quei momenti che, per quanto si voglia renderlo complesso, in realtà è molto semplice: o dentro o fuori. O vai a destra o a sinistra del bivio che deciderà il futuro.
O scegli te stesso oppure gli altri.
Successe una cosa simile tre anni fa, quando mi persi e per ritrovarmi scappai da tutto. Mi dissero vigliacco, e invece me ne tornai con un romanzo in mano. Ed è successo di nuovo.
Di solito è essenziale, anche se fa soffrire molto le persone che mi stanno vicino e le disorienta. Insomma, essere adulti vuol dire prendersi un impegno, no? Costruire amicizie e legami da curare sempre. Fare promesse. Mantenere accordi. Portare a termine un lavoro che poi darà il via a un altro lavoro, e un altro, e un altro, non finirà mai, mai, mai. Essere adulto vuol dire “guarda avanti, non ti distrarre”. Ma vuol dire pure non poter cambiare idea, non poter cambiare aria, non poter cambiare niente del proprio mondo interiore. Quel mondo che è una stanza in cui ogni giorno vorresti far esplodere stelle e fantasia, e sostituire quadri, cambiare posizione ai mobili, cambiare divano e le piante sulle mensole, il colore delle pareti, e invece no, ti tieni quell’arredamento e basta, ormai hai scelto, e allora un po’ muori dentro perché tu invece cambi. Cambi ogni giorno. Ma il mondo ti chiede di non farlo.
Essere infantili, invece, vuol dire l’opposto. Vuol dire distruggere per ricreare. Vuol dire gridare, esprimersi, dimenarsi, stracciare, colorare oltre il foglio, decidere e sbagliare.
Ecco, Milano è una città senza bambini. È tutto troppo triste. E io per ora non lo sopporto più.
Sono fatto così, che uno può dire è legittimo o sbagliato, potresti pure smussare certi lati del tuo carattere. Mi capita questo: di camminare lungo un percorso prestabilito e sembra vada a gonfie vele, ma poi succede che sì, ce la faccio, riesco nei miei obiettivi, riconosco che dovrei gioirne, eppure non mi riconosco io. E allora mi fermo, senza dire niente, mentre chi mi vuole bene continua a camminare e all’improvviso non mi trova più, perché sono rimasto indietro. Sono rimasto a guardare un tramonto che mi ricorda qualcosa successa a sei anni, a rincorrere un profumo che mi riporta a quando il primo ragazzo con cui feci sesso morì a diciotto. A osservare un mendicante e la sua casa di cartone, o una foglia appesa a un albero mentre tutte le altre sono cadute per il freddo. Allora mi chiamano da lontano, urlano, mi dicono “Paolo, che cazzo stai guardando? Muoviti, dobbiamo andare, il treno sta arrivando, non possiamo perderlo!”. Ma io non ci riesco. Nonostante tutto il mondo intorno possa trovarlo strano, per me quel dettaglio è importante. È più importante del curriculum, del sentirsi fighi perché si pagano 500 euro per una stanza brutta in una grande città di lusso, e anche della metro ben organizzata, dell’arte, di una strada multiculturale, delle tante opportunità che poi neanche cogli perché magari sei ancora in pigiama. È più importante dei treni che non possiamo perdere, anche se spesso la loro utilità non la stabiliamo noi.
Milano è una città fantastica per tanti aspetti ma si sa, a Milano c’è pure la nebbia. C’è chi la tollera, chi ne è indifferente, chi aspetta che passi. Io invece ho bisogno di vederci chiaro.
Tornerò a casa dei miei per un po’, per tornare pure a quelle emozioni un tantino infantili che sono il carburante di ogni persona. Sono la primavera che ci fa fiorire, innamorare, sorridere.
È il bambino che abbiamo dentro che ci spinge a diventare grandi, ma che spesso poi assassiniamo quando ormai è fatta. Io non l’ho mai ucciso. Quel bambino è lì che mi aspetta sulla spiaggia del mio paese, con il vento salato, i pini che ondeggiano, i cani randagi e liberi. Con tutti i miei progetti cari e con le motivazioni buone che mi spinsero a cominciare a scrivere, e che ho accantonato per diventare adulto a Milano.
Tornerò presto, ma prima devo tornare lì dove tutto è cominciato, e da dove tutto ricomincerà.

Segui la pagina Facebook: pierpaolomandetta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: