Mi chiamo Pierpaolo Mandetta, ho trentuno anni, sono uno scrittore e il creatore di questo gruppo.
Negli ultimi mesi mi è sembrato di aver commesso un crimine: sono tornato single.
Da quel momento sono cambiate tante cose, sia sul gruppo che nella mia vita, e pare che le due realtà si siano influenzate a vicenda e poi scontrate. Di recente si sono scatenate alcune polemiche, stupide e inutili, non ho problemi a dirlo. E dico stupide e inutili non perché non rispetti le esigenze verbali e di pensiero delle persone che le hanno scatenate, ma perché sono state volontariamente affrontate in pubblica (quindi con l’intento di essere plateali e di farlo sapere a tutti), e perché le persone interessate hanno semplicemente dato prova di essere ipocrite (per motivi che non spiattellerò qui perché sono un signore, al contrario loro) e di aver sputato nel piatto in cui mangiavano, che un bel giorno hanno deciso non essere più utile. Me lo ha confermato l’ultimo post che ho letto su questo gruppo: più o meno diceva “ci siamo trovati qui, ma ormai siamo diventati amici nel mondo reale e quindi non abbiamo bisogno di questo posto virtuale, saluti e baci”.
Sapete che c’è? Saluti e baci. Ma perché scadere nel voltafaccia?

Sono stato accusato di aver abbandonato questo gruppo, non postando più, assieme a una serie di altre allusioni vagamente becere. Il motivo per cui la mia presenza qui si è allentata, sarò sincero, è che tre mesi fa sono tornato single, come dicevo, e a quanto pare questo crimine ha infastidito un gruppo di “fan” che al principio mi sosteneva, e tutto a un tratto ha patito la necessità di simpatizzare per qualcuno. Di sceglier. O me o il mio compagno. Roba che nessuno dei due si aspettava o avesse chiesto.
Quando io e lui ci lasciammo e ho salutato Milano per tornare a vivere al Sud dai miei, ho provato a dare delle motivazioni. Non perché dovessi legittimare le mie scelte, ma perché la nostra storia era stata comunque visibile sui social, e mi sembrava ridicolo far finta da un giorno all’altro che fosse sparita. Ma non era mania di protagonismo social. Succede anche nella vita reale: se passeggi mano nella mano con qualcuno per tre anni, e poi un giorno smetti, è naturale che i vicini di casa, il fruttivendolo o i conoscenti ti chiedano che è successo.
L’insostenibile conseguenza delle mie azioni private è stata una specie di rivolta social. Quel gruppo di persone che mi seguivano si è sentita così coinvolta, così partecipe, da dimenticare che non era una serie di Netflix, che la relazione era la mia, e ha improvvisamente afferrato il diritto di dirmene di ogni. Come dovessi comportarmi su Facebook, cosa dire, quanto disperarmi, i punti criticabili dei miei post, se fossi abbastanza dispiaciuto, se lo fossi di pari passo al mio compagno. Quanto dovessi dimostrarmi saggio e maturo, quanto sobrio, quando tacere, quanto tacere, le frasi da evitare, perfino se fosse giusto lasciare il gatto a Milano!
Insomma, il delirio.
Il dettaglio che più mi ha fatto girare le palle, però, è stato il piacere che ho notato nelle persone di fare quello che nella vita reale chiamiamo “gne gne gne”. Il sublime “te l’avevo detto”. Ma soprattutto l’evergreen “devi accettare le critiche, se ti esponi”.

Ecco, questo è un punto che affronterò per l’ultima volta: io non devo accettare proprio un cazzo di niente. Il diritto di opinione non è unilaterale. Non c’è scritto da nessuna parte che siccome il mio profilo ha l’opzione “visibile a tutti”, allora io debba accettare passivamente ogni affermazione orripilante che mi viene fatta. “Profilo pubblico” non dà il diritto a nessuno di trasformare il mio spazio in un vomitatoio di cattiverie random. Se una persona fa la stronza con me e mi lascia un commento offensivo, o penso che un commento stia dicendo una boiata, l’allegro “stacci e accetta le critiche” lo rispedisco al mittente con un bel vaffanculo.

In ogni caso, ho accettato il fatto che essere sinceri oltre la facciata sdolcinata, essere emotivi nella misura in cui lo sono sia il bene che il male, ammettere un bisogno che può risultare scorretto, mi ha reso il cattivo della coppia.
Non mi era mai capitato di fare la parte del cattivo, lo ammetto. Né del cattivo di una coppia. Tanta gente ha bisogno di vedere come il cattivo della storia colui che “rovina l’amore”, e va bene così. È prevedibile. Mica si può pretendere di capire che magari pure i “cattivi” soffrono.
Ecco, sono sparito dal gruppo per non affrontare pure questa sfida. Sentivo l’ostilità di alcuni, sentivo il rifiuto, e non avevo alcuna voglia di dover riconquistare di nuovo, di nuovo, di nuovo, la fiducia. L’approvazione. Solo perché mi ero mostrato umano.
Eppure ciò che mi ha fatto resistere è stata la morale della favola, la stessa che mi ha reso duro di testa, insicuro eppure mai succube. In fuga ma per salvarmi, non per paura.
La morale è stata che le pecore nere come me non vogliono sentirsi dire cosa fare, come comportarsi, cosa essere, a chi assomigliare. Tutto questo soltanto per accontentare gli altri. Per stare in uno spazio comune in cui pensare “sono a casa, sono tra simili, sono al sicuro”.
No. Io sono già la mia casa e lo sono già tutte le pecore nere che vogliono conservare il sacrosanto, fottuto, meraviglioso diritto di essere ciò che sono, di fare ciò che vogliono. Non ho bisogno che qualcuno mi dia conferme, e non dovrebbe averne bisogno nessuno di voi.

Ma ci tengo a ricordarvi questo: io sono una persona. Non sono una coppia, una metafora, una promessa, un romanzo. Sono un ragazzo con un’identità, un sogno, dei problemi comuni e una passione. Esattamente come voi. E credo che a nessuno di voi piacerebbe essere identificato con niente di diverso rispetto a ciò che realmente siete, e cioè delle persone reali. Uniche, con un nome e un cognome, delle caratteristiche da difendere e in cui si identificarvi, e degli eventi che hanno costruito il vostro carattere.

Quando l’anno scorso ho aperto il gruppo “Dillo tu a mammà che…” volevo creare uno spazio che prendesse significato dal mio romanzo “Dillo tu a mammà” pubblicato da Rizzoli, che tanti di voi hanno letto e amato. Uno spazio in cui ognuno potesse essere ciò che sente. Essere ciò che si è. Eppure non a tutti piace una simile libertà, o fa solo finta di apprezzarla ma poi mettendole una serie di paletti.
Avevo pensato a una famiglia accogliente, no?

La famiglia. Credevo fosse questo il concetto da dare al gruppo, ma mi sbagliavo. La famiglia può diventare una delle prime istituzioni che ci fa sentire scomodi, inadeguati, alla prova, in dovere di dimostrare di avere un valore. Desiderosi di rendere qualcuno fiero di noi, della nostra unicità un po’ storta, del fatto che siamo delle pecore nere in grado comunque di buone azioni.

Da oggi questo posto non sarà più una famiglia, perché la famiglia può tradire o farci del male, se ne ha voglia, e voi lo sapete bene. Sapete, e in questi mesi lo avete raccontato attraverso le vostre storie, quanto dolore può causare una madre che cerca di scegliere al posto nostro, un padre che non approva le nostre scelte, un parente qualunque che ci giudica e ostacola o reprime.
Ci ho pensato per tre mesi e alla fine ho deciso di non lasciar naufragare questo gruppo pieno di gente fantastica. Da oggi, perciò, cambierà nome e sarà un club. Un club in cui la vostra natura “strana” non avrà più un’accezione negativa.
In cui essere gay, essere felicemente single, essere divorziati, scappati. Essere donne senza figli, ragazze madri, madri sole contro tutti. Uomini ingenui, sognatori o poco virili, uomini che non hanno imparato la lezione, papà arcobaleno, padri che hanno sbagliato. Nerd, asessuati, trans, travestiti, non bisognosi di un genere, monogami o libertini. Ragazzi e ragazze con un brutto passato, adulti che hanno commesso degli errori.
Insomma, persone che non ci stanno a sembrare perfette o catalogabili in un settore di luoghi comuni e bon-ton, qui potranno sentirsi libere. Libere di sentirsi innamorate, cattivelle, controcorrente, sincere o un po’ sceme.
Questo sarà un posto in cui voi potrete essere pecore nere, e pubblicare le storie che vi rendono pecore nere. Donne e uomini, gay, etero e bisessuali (e tutto il resto).
Viviamo in un’epoca in cui le persone ci amano e poi ci odiano nel giro di un giorno, perché avviene tutto sui social e sui social vorremmo che gli altri fossero come decidiamo noi. Be’, vaffanculo.

Benvenuti nel nuovo gruppo “Il club delle pecore nere”.
Grazie ai vecchi e ai nuovi componenti. Grazie a tutti quelli che hanno letto i miei romanzi e leggeranno il prossimo. Grazie per avermi supportato e grazie se continuerete a farlo.

Pierpaolo Mandetta

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