La mia presentazione a Verona non è andata giù all’amministrazione comunale (rido).
Ma andiamo con ordine.
Per Verona, in realtà, non è stato un anno facile, se parliamo di immagine della città. L’amministrazione di centro destra si è impegnata in una lunga battaglia culturale fondata sulle idiozie secondo cui gli uomini devono essere uomini (virili, machi, senza risvoltini e sporchi di sudore), le donne bla bla (con una torta in mano pronta da infornare, e quando si piegano per farlo, il marito da dietro alza le sopracciglia come Renato Pozzetto, e loro si sentono lusingate), e così via. Le solite cose dell’età del bronzo, insomma.
Un’ideologia che andava a minare la libertà di informazione e a creare inevitabilmente un clima di omofobia, che è una delle conseguenze peggiori per una città. Specie se parliamo della città di Romeo e Giulietta. Quando una parte dei suoi abitanti non si sente al sicuro o crede di non poter vivere pienamente la propria vita, ecco, credo che in quella città la politica abbia fallito.

Tra le direttive, c’è stata la censura di alcuni libri per bambini, chiamati in modo ridicolo “libri gender”. Cioè storie con protagonisti due pinguini maschi che fanno da papà a un ovetto abbandonato, o una mamma single, e situazioni simili. Storie che puntano a educare i bambini sulle tante forme alternative di famiglia. E non stiamo parlando di ipotesi futuristiche come visitare plutone o combattere l’evasione fiscale, stiamo parlando di ovvietà esistenti da sempre. Avete presente? Una famiglia composta da una donna incinta vergine, un compagno che le vuole così bene da assumersi il ruolo di padre, un asinello, un bue, una stella cometa, forse c’era un angelo, Dio, tre uomini di colore sui cammelli, insomma una famiglia bislacca, ma il bello è anche questo. Che famiglia è dove c’è amore.
Niente da fare. Due pinguini maschi che fanno da papà non è roba che un bambino dovrebbe leggere. Potrebbe diventare empatico e sensibile alle differenze sociali che lo circondano, ed è meglio prevenire questa catastrofe.
La solfa è sempre la stessa, stantia, noiosa, a cui neanche più Berlusconi vuole partecipare per pudore: difendiamo la famiglia tradizionale.

Il 12 gennaio l’Università degli studi di Verona accoglie la presentazione del mio romanzo “Dillo tu a mammà”, (per il progetto scuola, Dialogo con L’autore, nato dalla richiesta di tante insegnanti e genitori in difficoltà rispetto a fenomeni come quelli del bullismo e del cyberbullismo sempre più in aumento) con il patrocinio del Comitato Unico di Garanzia. Ovviamente si è parlato di famiglia, di coming out, di omofobia, diversità, infanzia turbata, di bullismo, ma soprattutto di quanto queste cose facciano soffrire chi le subisce.
L’amministrazione di Verona non l’ha presa benissimo. Si sarà sentito un urlo tipo quando Fantaghirò scopre che Ruomoaldo è in pericolo per la trentesima volta. Per ripicca, dunque, il comune ha patrocinato un contro-evento al grido di «Per ogni vostro convegno, noi ne faremmo cento!».
Il convegno ha avuto il titolo “Quando eravamo femmine… c’era la famiglia”, organizzato dal circolo Christus Rex, con ospite Costanza di Miriano.
E come disse la celebre opinionista Asia Nuccetelli: poraccitudine has no limits.

A me e a Gianfilippo Vispo, il pedagogista che mi segue nell’avventura scolastica, francamente dispiace vedere risvolti simili. Un po’ perché siamo nel 2018 e queste azioni sembrano un brutto tentativo di togliere diritti, azzerare il progresso sociale e far piombare uomini e donne nei vecchi stereotipi, gli stessi che causano dolore a tutti, etero e gay, e soprattutto ai giovani, che li sperimentano a scuola.
La libertà è un’altra cosa. La cultura è un’altra cosa. E sono valori sacri, che andrebbero difesi, indipendentemente dal colore politico. Chiunque voglia il bene del proprio paese dovrebbe sperare che la sua gente sia felice e istruita.
Per quanto ci riguarda, continueremo a presentare il romanzo e a parlare di amore in tutte le sue forme. Una piccola battaglia pacifica che fa solo uso di parole e gentilezza.

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